50 anni di SIEM

Ricorre quest’anno (2019) il 50° anniversario della fondazione della SIEM.
Tanta acqua è passata sotto i ponti. Carlo Delfrati, il suo fondatore, ripercorre, in una serie di articoli pubblicati su Facebook, le tappe essenziali che ne hanno segnato gli esordi e lo sviluppo dei primi anni.
La sezione milanese è lieta di ospitarne una copia corredata da fotografie meravigliose e rare.
Un resoconto più esteso e dettagliato è presente sul sito nazionale al seguente link:

Un po’ di storia

Buona lettura !


 

 

In questi giorni, cinquant’anni fa, prendeva vita la Società Italiana per l’Educazione Musicale (SIEM). Prima che sia troppo tardi vorrei raccontare la sua nascita e i suoi primi sviluppi a chi non la conosce.
Carlo Delfrati (19 gennaio 2019)

LA SIEM – SOCIETA’ ITALIANA PER L’EDUCAZIONE MUSICALE
50 Anni dopo

Prima tappa

Chi insegna oggi musica trova a sua disposizione un mare di iniziative – seminari, convegni, corsi d’aggiornamento – alimentate da enti pubblici e privati, da associazioni, da singole scuole. Ha a disposizione un’estesa biblioteca di ottimi libri di didattica musicale. Può anche confrontarsi e aggiornarsi a distanza, consultando gli innumerevoli siti su internet, o frequentando le liste di discussione.

Cosa esisteva cinquant’anni fa, di tanta ricchezza? Comincio oggi, per gli amici, il piccolo racconto di un’avventura che riguarda tanti di noi, vegliardi allora in prima fila, o giovani a cui chi ha corso prima di loro ha consegnato la fiaccola.

Seconda tappa

Retrocedo di sette anni. Nel 1962 prende vita la nuova scuola media. La musica riesce a farsi ammettere con un’ora settimanale obbligatoria in prima, facoltativa in seconda e terza. Sembra poco. È poco. Ma se si pensa al vuoto degli anni precedenti, questa è già una notevole conquista: per la prima volta nella nostra storia tutti i cittadini italiani scoprono a scuola che esiste la musica, sia pure per un solo anno. Primo problema: dove trovare il numero di insegnanti necessario?

Il problema ancora più grande si affaccia subito: cosa insegnare, e come, delle tante belle cose che ogni insegnante ha imparato studiando in Conservatorio? Scartate le cose importanti che l’hanno preparato al concertismo, gli studi di Martucci, di Grutzmacher, di Zimmermann. Cosa potrebbe farsene, in classe? Oppure la piramide dei valori? o la differenza fra ciaccona e passacaglia? o il numero di alterazioni del Fa minore? o la vita di Magister Leoninus? Come avrebbero reagito i ragazzi? L’insegnante novellino aveva anche letto che gli era proibito far cantare “musica leggera”, né era consentita la pratica di strumenti. Gli restavano le gioie del solfeggio, e i canti delle mondine. Quanto sopravviverà l’ora di musica, a scuola?

Terza tappa

Capisco che ci vado di mezzo anch’io.  Non vorrei farmi complice. Comincio a guardarmi intorno. Qualcuno ha riflettuto sull’insegnamento della musica? Ha scritto qualcosa d’interessante, di pratico? Da neo-padre conoscevo le cose della Montessori: buone per la prima infanzia, eccellenti per certe intuizioni di fondo, ma insomma troppo poco per l’arduo compito. Mi trasformo in talpa. I sotterranei della ben fornita biblioteca di un’Università milanese diventano la mia seconda casa. Libri utili non ne trovo, ma articoli sì. Ne faccio una rassegna (trovo persino chi la pubblica!). Dunque, alternative a quella didattica primordiale esisterebbero! Continuando il vagabondaggio per le biblioteche, mi trovo come il piccolo dinosauro del cartone alla ricerca della valle incantata: scopro nei paesi di lingua inglese un fervore, un turbinare d’idee, di progetti, di realizzazioni per me allora sconvolgente.

Tra queste eccone alcune che mi colpiscono più delle altre: sono l’organo ufficiale di altrettante associazioni didattiche. Associazioni? Dietro le riviste affiorano dunque territori dove anche un insegnante di musica è invitato a mettere in comune e confrontare le esperienze: potrei conoscere quello che fanno e pensano i colleghi, discutere con loro le mie buone e cattive pratiche scolastiche, le idee che mi sembra di maturare, le letture che divoro, i molti dubbi che sorgono quotidianamente…

Dov’è possibile tutto ciò nel nostro Paese, negli anni Sessanta? Da nessuna parte. Cosa fare?

Quarta tappa

Anno che si ricorda, il Sessantotto. Anche a Milano. La gestazione della “Cosa Nuova” comincia nel maggio delle rivoluzioni studentesche e finisce nel successivo aprile delle prime bombe milanesi. A metà percorso, più innocue ma non meno significative, volano le uova marce di Mario Capanna e dei suoi (e miei) compagni d’università, all’apertura della stagione scaligera. Ma la piccola rivoluzione che m’immaginavo correva su un binario ben distinto, per certi aspetti divergente, da quello degli amici universitari: promuovere la ricerca e l’elaborazione didattica era un viaggio che a loro interessava poco intraprendere. Quando piccoli gruppi di colleghi si ritrovavano era solo per rivendicare trattamenti economici e normativi. Ma come ottieni miglioramenti se in pubblico offri della tua disciplina un quadro così lugubre come quello raccontato? Possibile che nessuno abbia pensato a una forma di aggregazione fra insegnanti, presentabile e soprattutto feconda di idee e di pratiche? Sì che ci avevano pensato. Non in Italia. Eccone una dal nome intrigante: “International Society for Music Education” (ISME). Allora, se esiste un’ISME, perché non sostituire “Italiana” a “Internazionale”, e rimettere in ordine le lettere? La “Cosa” nascerà così, come una semplice sigla scritta su una bella cartellina intonsa posata sulla scrivania della mia casa, a Milano. Una cartellina vuota. Tutta da riempire. Come? Come fai a mettere in piedi un’associazione di quel genere quando non conosci nessuno, e nessuno conosce te?

Quinta tappa

Tra i compiti dell’immaginata associazione non poteva mancare la richiesta di spazi più consistenti per la nostra disciplina, a cominciare dalla sua obbligatorietà nella scuola media. Ma anche per questo compito si doveva a mio parere cambiare radicalmente la strategia. Un solo esempio: nel 1967 c’è chi “ringrazia il Ministero per la circolare con cui esonera gli insegnanti di Educazione musicale dall’obbligo di partecipare ai consigli di classe”: che contributo può mai recare il povero musicista, alle prese ogni settimana con 400 ragazzi distribuiti in 18 classi diverse? Stia pure a casa, a riprendersi dal trauma. “Grazie Signor Direttore Generale dell’Istruzione di Primo Grado per l’interessamento e la comprensione dimostrati al problema”.

No no, cari colleghi: il povero musicista pretende di partecipare ai consigli di classe, perché vuole difendere gli interessi e le risorse musicali dei suoi ragazzi davanti ai soloni del leggere/scrivere/fardiconto; e siccome vedere 400 ragazzi per un’ora alla settimana non solo è alienante ma non ci permette di “recare un contributo ecc. ecc.”, ne vogliamo due. Di ore. Questo più o meno il ragionamento. Che dieci anni dopo si rivelerà vincente.

Sesta tappa – Come si inventa un’associazione

Come s’inventa un’associazione? Dove cercare menti e braccia per costruire l’edificio? Il primo tentativo lo compio presso personalità influenti della vita musicale, che si sono mostrate sensibili alle problematiche dell’educazione. Il loro prestigio e la loro competenza ne garantirebbero non solo la qualità, ma anche l’efficienza. Ahimè entrambi ringraziano e declinano l’invito a farsi carico di quella che sembra un’iniziativa non solo utopistica ma – e qui la loro previsione si rivelerà dannatamente vera – ben faticosa e impegnativa.

Dunque non resta che rimboccarsi le maniche, e arrangiarsi. Accendo la lanterna e come Diogene giro alla ricerca di possibili collaboratori.

Comincio da qualche vecchio compagno di studi. Nelle assemblee occasionali degli insegnanti abbordo quei colleghi che mostrano di staccarsi dagli altri per interessi un po’ meno parrocchiali. Voglio solo ricordare con gratitudine Mariella Sorelli, che imprimerà una carica decisiva all’organizzazione. Un amico con cui da ragazzo avevo condiviso l’avventura spericolata di un Circolo Musicale Studentesco mi assiste nella stesura dello statuto: pochi articoli, per non legarci le mani prima di sapere come potrà svilupparsi l’iniziativa. Il documento è pronto, ed è quello che mostro ai primi proseliti, per spiegare le finalità della nascitura associazione.

Il 19 marzo 1969 verrà approvato in un informale incontro casalingo, al quale daremo il nome altisonante di Assemblea Costituente.

Settima tappa – Chi ci sta?

Torno al ’68, ai momenti avventurosi della ricerca di collaboratori. Conosco un maestro elementare, il maestro della scuola in cui l’anno dopo andrò a iscrivere il mio primogenito. Un maestro entusiasta di musica come lui è ben difficile trovarlo. Non solo fa cantare e suonare ogni sorta di oggetto sonoro, tutti i giorni, ma usa la musica per insegnare l’alfabeto, l’aritmetica, la geometria e Dio sa quant’altro ancora: Giordano Bianchi. Ma la ragione per cui lo cerco non è solo questa. Nel tempo libero arrotonda le sue magre entrate di maestro con consistente prole a carico, promuovendo la diffusione di strumenti dal nome allora magico, “Strumentario Orff”. Mi sottopone il testo di un questionario con cui intende saggiare la disponibilità degli insegnanti medi di Milano alla pratica strumentale (non prevista dai programmi!). Aggiusto il taglio, trasformando il piccolo questionario in un sondaggio su quel che pensano e fanno i colleghi. Giordano si rivela prezioso proprio per la nascita dell’associazione. Grazie ai suoi contatti con gli insegnanti milanesi è cominciato un rito che durerà mesi: alla spicciolata, uno, due, tre per volta, si affacciano nel mio studio, recati dallo zelante Giordano, gli insegnanti incuriositi dall’idea di far nascere… nascere cosa? Quegli incontri sono riempiti da rimbombanti concioni, a metà tra l’adescamento e la profezia: “Sorgerà creatura che cambierà le sorti dell’educazione musicale nel nostro Paese; e voi ne sarete gli artefici!”.

Le parole con cui presento gli scopi della futura associazione non sono propriamente queste, ma devo confessare che un pizzico di megalomania non manca mai di condire quelle serate (ci si vede dopo cena, davanti a sobrie tentazioni gastronomiche). C’è chi accetta di impegnarsi, c’è chi si limita a dare un’adesione di massima. E pure chi se la svigna dopo aver assaggiato il mix di predicozzo e tartina al prosciutto. Sul mio quadernino finiscono i loro numeri di telefono fra quelli della primissima leva.

A caccia di apostoli. É il marzo 1969. Tengo lezione in un corso del Ministero. Come non invitare le mie vittime ad aderire alla nascente associazione? (clic sulla foto per ingrandire)

Ottava tappa – L’identikit della nascitura

Perché le persone che avvicino sappiano senza possibilità di equivoco cosa intende essere la nascente associazione, dovevano essere chiare alcune cose. L’associazione dovrà:

  • presentarsi non come il sodalizio di una categoria particolare di operatori, ma come il raggruppamento più libero e ampio possibile di persone sensibili alla promozione dell’educazione musicale, chiunque fossero, qualunque professione o interesse coltivassero;
  • porre, alle radici del progresso dell’educazione musicale, la promozione di studi e ricerche sul terreno della didattica, per dare a questa una base solida, sulla quale fondare in futuro la formazione degli insegnanti.
  • partecipare con propri seri contributi al dibattito sulla politica della scuola e alla relativa progettazione;
  • esibire i valori procurati alla persona e alla società dal buon insegnamento, per ottenere maggiore considerazione per l’educazione musicale da parte dei politici, degli amministratori e in generale dell’opinione pubblica;
  • dichiararsi aperta a ogni linea metodologica, ossia evitare di sposare una particolare impostazione dell’insegnamento musicale. Già si cominciava allora a parlare di “Metodi”, legati ai repertori di Kodaly, Orff, Willems e altri. Solo vaghe informazioni, su “metodi” che si pensavano come scatole chiuse, prendere o lasciare, formulari rituali e dogmatici. La nuova associazione doveva diffonderne la conoscenza, possibilmente togliendo loro ogni pretesa di esclusività: doveva proprio incoraggiare il confronto, la diversità e la creatività didattica;
  • lasciare ad altri ogni obiettivo di tipo sindacale o corporativo.

Cose da poco, vero?

Nona tappa – Conoscere il campo di gioco

Preparo un secondo ben più corposo questionario, che chiudo con tre domande mirate:

  • 62. Dalla sua esperienza di insegnante, ritiene di aver maturato idee che potrebbero utilmente essere conosciute – anche mediante pubblicazioni specializzate – dai suoi colleghi?
  • 63. Riterrebbe professionalmente utile l’organizzazione, su scala nazionale, di una libera associazione tra insegnanti, a-sindacale e a-politica, col fine di incoraggiare la collaborazione reciproca e il confronto delle esperienze, di favorire sperimentazioni e ricerche didattiche, di promuovere iniziative?
  • 64. Aderirebbe a tale associazione?

Ma quanti docenti si prenderanno la briga di rispondere a 64 domande? E come, soprattutto all’ultima? L’Himalaia che improvvisamente si alza davanti a noi ha la faccia di 5.000 indirizzi che mi sono procurato: dunque, bisogna comprare 5.000 buste su cui scriverli, 5.000 questionari a quattro da piegare e imbustare insieme alle 5.000 lettere di presentazione, 5.000 francobolli da 25 lire da incollare. Chi ce li mette? Un po’ di sfacciataggine imprenditoriale non guasta: ripeto nel questionario le domande sulle pubblicazioni e sugli strumenti musicali. Interesseranno alle aziende i risultati? In tandem con Giordano vado in pellegrinaggio alle aziende musicali: noi vi diamo i risultati dell’Inchiesta che stiamo preparando, e voi ci date i quattrini. Sì? Affare fatto…. Così tre case editrici e cinque fabbriche di strumenti in cambio delle informazioni si suddividono le spese. Doveroso segnalare il più aperto sostenitore aziendale della nostra iniziativa, Antonio Monzino.

Decima tappa

Fra il dicembre 1968 e il marzo 1969 il dado è tratto. La mia casa è trasformata in un’agenzia di spedizioni. Un’agenzia festante e goliardica, che fa toccare con mano quanto bisogno gli insegnanti sentissero di rompere l’isolamento e di ritrovarsi insieme. Nelle prime notti d’aprile le cassette postali del centro città vengono intasate dai nostri cinquemila corposi questionari. Ottocento ci ritornano perché l’indirizzo è sbagliato. Dei restanti 4.200, ben 1.240 vengono restituiti compilati, da tutte le regioni italiane. Mentre i primi arrivano, una squadra di quindici apostoli si reca dal notaio (il testimone delle mie nozze: servizio gratuito) per depositare lo statuto. È giusto immortalare i nomi: Giuliana Bramati, Caterina Costadoni, Anna Maria Craighero, Carlo Delfrati, Tomaso Ferrari, Rosaria Finocchiaro, Maria Claudia Fossati, Italo Lo Vetere, Annarosa Magnani, Amedeo Maiuri, Adriana Mauri, Mariella Sorelli, Emma Toppi, Carlo Vendolo, Osvaldo Zambolin. E’ il 17 aprile del 1969. La SIEM ha finalmente un’esistenza giuridica. L’entusiasmo rende persino piacevole lo spoglio dei dati. Oggi basterebbero pochi clic col mouse. I mezzi di allora sono quelli di un altro millennio: carta e penna: uno scorre i questionari, l’altro trascrive le risposte. Un lavoro defatigante, ma tutto potrei dimenticare di quelle nottate tranne il clima gioioso che si respirava nel mio soggiorno tra carte, bolli, colla, penne, spugnette, barzellette, scherzi, canzoncine, spifferate; con contorno di salatini, pasticcini, lambrusco, bibite portate a turno dagli eroici apostoli.
I primi dati che andiamo voracemente a rilevare riguardano gli insegnanti che si dicono disposti ad aderire all’associazione. Accidenti! Sono ben 1.018, sui 1.260 che hanno risposto: un bel gruzzolo di nomi, e una responsabilità da brivido. I risultati sopravvivono, leggibili nel numero 2 della rivista Musica Domani.
“Collaborare, scambiarsi idee ed esperienze…”. Belle parole, Ma per renderle concrete bisognerà pure organizzare qualcosa: un convegno? Il primo convegno della SIEM? Come si fa? Settembre sembra il mese ideale: bisogna battere il chiodo fin che è caldo. Ma i colleghi si muoveranno? Ci verranno davvero, o si limiteranno a mandarci un bel messaggio di solidarietà?

Undicesima tappa

Come si fa a metter su un convegno? A chi viene va pur offerto qualcosa da mettere sotto i denti dell’intelletto. Cosa mettiamo nei piatti? L’estate del 1969 è particolarmente calda e frenetica. Dalla finestra della Casa Madre della SIEM guardo alle cose dell’educazione musicale come c’è da immaginare che Romolo e Remo guardassero i sette colli fatali. Un’organizzazione rigorosa ci vuole. Preparo un organigramma, sette pagine! elencando funzioni e compiti. Me lo rigiro tra le mani fiero e commosso. Basta solo… metterci i nomi dei volontari: uno per ogni Ministero del primo Governo della Siem. Si forma una brigata alacre ed entusiasta. Il “Mucchio Selvaggio”, come s’intitola il film di Peckinpach che quell’anno furoreggia. Ci dividiamo i compiti. Il primo è trovare la sede in cui svolgerlo: che sia gratuita ovviamente. Proviamo con una scuola? No, ci meritiamo di più. Perché non bussare al Salone della Musica che da un po’ si tiene a Milano, e che quest’anno si svolge proprio a settembre? Ci ricevono a braccia aperte, e ci mettono a disposizione una sala. Paura paura: se vengono in venti, che figura ci faremo in una sala convegni da cinquecento posti? Incrociamo le dita e continuiamo a lavorare. Annarosa e Rosaria, nominate Ministri per le Attività Culturali, vanno in missione al Centro di Fonologia della RAI, blasonato dai nomi di Nono, Berio e Maderna: Angelo Paccagnini, altro illustre protagonista della nostra musica elettronica, si offre per illustrare ai convegnisti (ma ce ne saranno?) lo Studio. La Scala ha in cartellone per quelle sere uno spettacolo di balletti: qualche biglietto a prezzo speciale ce lo tengono da conto (ragazzi, la Scala è la Scala, accontentiamoci!). Si può anche pensare a una serata cinematografica: non con Il mucchio selvaggio, e nemmeno con 2001 Odissea nello spazio, altro film di quei giorni e altrettanto indicato per etichettare la nostra Odissea; ma con qualcosa di adatto a una serata tutta lavagna e grembiulini: insomma pellicole musical-didattiche. Mai dimenticarsi che la TV era giovincella, videoregistratori e computer stavano nel mondo dei sogni; cd-rom e internet, oggi nostro pane quotidiano, nemmeno nei racconti di fantascienza. Le sette otto “pizze” interessanti messe a disposizione dalle case cinematografiche diventano una portata gustosa e sapiente del nostro menù. Per i convenuti Rosaria ciclostila anche un accurato Elenco dei film didattici per l’educazione musicale. Trecento lire la copia chi la vuole.
Alfonso assume l’incarico di Ministro delle Public Relations: le sue lettere a illustri musicisti e altri non meno illustri intellettuali e politici procurano un corposo Comitato d’Onore, che finisce subito nella prima pagina del dépliant in allestimento del convegno (vedendo i nomi dei previsti relatori, Gian Francesco Malipiero, chiamato anche lui nel Comitato d’Onore, declinerà l’invito: “ma questi sono gli educatori musicali, o sono quelli che devono essere musicalmente educati?”: un monito bruciante che ricordo a spanna, perché anche di questa lettera si è persa traccia). Ministro dell’Accoglienza è designata per acclamazione Mariella, il volàno inarrestabile e indispensabile dell’intera macchina del convegno: dovrà pensar lei anche a sistemare i partecipanti nei convitti milanesi che ha diligentemente contattato. Sempre che vengano…

Dodicesima tappa

La cornice del convegno adesso c’è, una pomposa insperata cornice. Resta il piccolo dettaglio…: metterci il quadro! E’ vero che vogliamo un convegno fatto “dalla base”, da chi parteciperà: ma qualche stimolo iniziale dovremo pur darlo, qualcosa da scrivere sul dépliant va pure escogitato! Per prima cosa c’interroghiamo noi del Mucchio Selvaggio: chi ha da raccontare qualcosa di interessante? Timide o spavalde, acerbe o mature, chi può non avere gioie o dolori scolastici da raccontare? Anche intriganti, come l’invito di Lina a partecipare alla sua crociata per la musica popolare (sono pure gli anni del Nuovo Canzoniere Italiano e del folk revival), ma anche cose che ci fanno sgranare gli occhi: l’altro Carlo dovrà pure spiegarci come fa a conciliare l’abc con le regole contrappuntistiche del Dubois (che infligge ai suoi bambini…). Io mi tengo da conto: un po’ tappabuchi, un po’ sommo stratega, grondante sudore e diktat… I questionari della nostra Inchiesta ci regalano altre occasioni. Lì abbiamo letto che a Torino vive un collega informato sul “Metodo Willems”. Due grossi calibri, che sappiamo sensibili all’educazione musicale, si sono lasciati reclutare: Aldo Agazzi, pedagogista, Alessandro Marco Maderna, psicologo. Mi pare importante che non siano solo i musicisti a invocare una maggiore e migliore educazione musicale del cittadino, ma anche i non musicisti. Perché la SIEM possa arrivare così lontano, deve dotarsi di un congegno organizzativo mica da poco. Si deve fare in modo – pontifico – di essere presenti, come alfieri dell’educazione musicale, dentro il più gran numero di associazioni e istituzioni non musicali. Perché è lì che si decidono le sorti della scuola e dei curricoli, quindi anche la sorte dell’educazione musicale. Ma chi dirige e anima quelle associazioni? I letterati, gli storici, gli scienziati… Quando mai s’è visto un musicista? Poi non lamentiamoci se alla musica non pensa nessuno… “Un siemista in ogni associazione” è lo slogan che ronza nei miei vaneggiamenti notturni. Organizzano convegni sull’interdisciplinarità, sull’handicap, sulla valutazione, sull’educazione fisica, o intellettuale, su quel che vuoi? Con una ramificazione capillare dentro le altre associazioni, la SIEM potrà farsene co-promotrice. E suonarvi le sue campane. Le campane dell’educazione musicale. Abbordo il presidente dell’Association Europeénne des Enseignants. L’anno dopo l’AEDE chiederà in un suo documento che la musica entri nei curricoli della secondaria superiore. Vedi che funziona?

Tredicesima tappa

All’alba del 12 settembre 1969 ogni missionario Siem esce dalla sua casa col proprio incarico in mano e il cuore in gola. Chi verrà, nella nostra sala da cinquecento posti? Mentre finiamo di sistemare si affacciano i primi insegnanti, poi i secondi… i terzi… L’aveva intuito Mariella, a cui non erano bastate le camere dei pensionati per chi viene da lontano: e cercarne altre d’agosto a Milano mica è stato semplice. Adesso si formano le code per entrare. Nel foyer ognuno riceve una scheda di partecipazione, nella quale dovrà indicare il proprio grado di apprezzamento per le diverse fasi del convegno. La sera ne conteremo più di cinquecento! Più di cinquecento persone, quasi tutte mai viste prima, hanno risposto alla chiamata al Primo Convegno Nazionale della SIEM! C’era persino gente in piedi. Ci applaudiamo, ci abbracciamo, ci baciamo. Abbiamo centrato il bersaglio. Per la prima volta ci si trova fra insegnanti a parlare non più di stipendi e di tabelle d’anzianità, di classi di concorso e di modalità per il pensionamento, ma delle gioie e dei dolori quotidiani del nostro lavoro coi ragazzi, dei successi e dei problemi aperti. E’ come se improvvisamente ci s’accorgesse che protagonisti della scuola non siamo noi insegnanti, sono loro, le alunne e gli alunni. Un vaso di Pandora si disserra. Ci si chiede come far capire ai governanti e ai governati l’importanza capitale dell’educazione musicale. Si parla di come fare in quelle “classi differenziali” che allora esistevano, per i “fanciulli minorati”, come si chiamavano. E come comportarsi davanti ai ragazzi “infatuati dal beat”: “fonte di alienazione” protesta una partecipante; no, “momento didattico efficace”, replica un’altra. E quella benedetta storia della musica – ipotizza la preside di Varese (sì c’erano anche diversi presidi) – non è che può diventare la “musica nella storia” e sottrarsi a uno sterile nozionismo? E la pratica di legare musica e disegno, sarà produttiva nella scuola media? E la valutazione: che ce ne facciamo del voto; perché non lo eliminiamo? – reclama la Prof. veneziana. E come insegnare la scrittura, o la buona emissione vocale? E come far diventare attiva e produttiva l’esperienza di ascoltare dal disco la musica classica? Infine non sarebbe il caso di ridimensionare a scuola il solito Mozart, e fare spazio ad Alban Berg e a Dallapiccola, a Nono e a Penderecki? – è un’altra delle voci appassionate che si alzano su una platea trasecolante. Da Trento a Pescara, da Catania a Oristano, tutte le regioni sono presenti nella nostra tre giorni.

Quattordicesima tappa

La sera del 14 settembre, stremati dalla fatica ma raggianti come i vincitori delle Olimpiadi, ci ritroviamo tutti nella centrale, che sentivamo già storica. Non pensiamo ancora alle responsabilità che ci aspettano. La mattina dopo qualcuno di noi si sveglierà sussultando, in preda al panico: dove diavolo mi sono cacciato? e se fuggissi in Patagonia? Ma in quella nottata domenicale c’è tempo solo per gaudiosi schiamazzi e gozzoviglie. Ognuno racconta le cose buffe che gli sono capitate, le amicizie che ha intessuto, gli atti eroici che meritano almeno una medaglia. Ce la darai o no, presidente tiranno? Nessuno fa caso al campanello che suona verso sera e che rapisce me al gruppo. All’uscio si affaccia uno dei cinquecento, un personaggio dai modi singolari, rimasto in disparte nel corso dei lavori, intento e meditabondo osservatore. Chiede di “conferire col presidente”. Rimarrò sequestrato per più di due ore. Sarà Alfonso a strapparmi inferocito alla sirena che mi aveva irretito: “Non si snobbano così i compagni in un momento come questo, con l’ultimo venuto!” “L’ultimo venuto? – scandirò solennemente, come il vescovo quando notifica la fumata bianca – Ebbene, Signore e Signori! Annuntio vobis che la SIEM ha trovato il suo profeta!” L’epiteto non era felice, perché non si profetizza ciò che esiste già. Il fatto è che avevo creduto di riconoscere, nelle parole singolari di quel singolare personaggio, l’apostolo armato, capace di dare un nuovo fondamento, e un colpo d’ala, alle velleità combattive dell’associazione. Si chiamava Marco de Natale.

Quindicesima tappa

Per capire le speranze suscitate fra noi dall’apparizione di Marco de Natale, bisogna far mente al letargo in cui ancora languiva la didattica musicale alla fine degli anni Sessanta; non solo nella scuola dell’obbligo ma ancora più nell’istruzione avanzata. Non sarebbe bastato trovarci insieme ogni tanto a raccontarci le belle cose di cui eravamo stati capaci: anche la SIEM si sarebbe spenta dopo le prime vampe. Occorreva creare alla didattica una base inedita; dissodare il terreno da cui traeva alimento, quello della riflessione sulla musica, perché potesse piantare solide radici e svilupparsi in modo rigoglioso. Il primo fertilizzante di cui il nostro terreno aveva bisogno era la ricerca. Era un sogno, che già in quella frenetica estate 1969 sembrava potersi avverare. Tiro fuori dal mio cilindro il pretenzioso e altisonante progetto di un “Corso d’Introduzione alla Ricerca Scientifica nell’Educazione Musicale”. L’avevo elaborato in parte su modelli che mi ero fatto venire da lontano, primo fra tutti da un luminare della ricerca negli USA, James Carlsen. Trovo anche l’istituzione interessata a chiedere l’autorizzazione (e il finanziamento!) al Ministero: l’OPPI. Ora servono i docenti. Quando si parla di ricerca, le porte a cui bussare sono quelle dell’Università. Aldo Agazzi si offre disponibile come direttore. De Natale lo studioso di analisi musicale che più di ogni altro conosciuto pareva possedere la competenza necessaria per tenere acceso dall’alto il nostro focolaio. Trecentocinquantaquattro le ore d’insegnamento calcolate. Destinatari: i docenti di Educazione musicale interessati alla “ricerca intorno ai problemi dell’educazione musicale”, come stava scolpito nello statuto della SIEM. Costo dell’operazione: 1.969.000 lire: non molto, tutto sommato. Alla fine dell’anno il progetto viaggia a vele spiegate verso Trastevere. Sta viaggiando ancora, disperso oltre le Colonne d’Ercole del bel viale romano.

Sedicesima tappa

Proporre al Ministero che si facesse carico di un corso NON più solo per aggiornare gli insegnanti, ma per creare RICERCATORI “al quadrato”, cioè studiosi capaci di formare i formatori dei futuri insegnanti, doveva sembrare ai piani alti di Trastevere non solo un’utopia ma prima ancora la volta buona per internare i suoi proponenti in uno speciale manicomio.Davanti a un traguardo così ambizioso, la SIEM era come la formica davanti al Monte Bianco. La nostra associazione dovrà accontentarsi in futuro di qualche timido progetto d’assaggio (penso per esempio ai suoi “Quadreni di Ricerca”). Credo che questa resti una delle iniziative di cui la SIEM debba maggiormente andar fiera. Nemmeno una di carattere più modesto si sarebbe portata a termine allora: la creazione di un Centro Documentario e Bibliografico per l’Educazione Musicale. Come si può promuovere la ricerca se non si dispone di adeguati strumenti bibliografici? Nel Centro facciamo confluire i pochi materiali che cominciano ad arrivarci, qualche libro, numeri di rivista, sporadici sussidi. Si mostra interessato il mio Prof. di pedagogia, Aldo Agazzi. Ma le ragioni amministrative lo inducono a rilanciarci una soluzione che ci rende perplessi: voi raccogliete i materiali, e noi vediamo di trovare un angolo nella cantina della nostra bella biblioteca. Non era propriamente la mia idea. E tutto finisce lì. Torno alla carica l’anno dopo, presso il Conservatorio di Parma in cui insegno dal novembre del 1969. Stavolta la cosa prende piede, presso la locale Biblioteca Palatina, grazie alla disponibilità del direttore. Centocinquanta sono i libri che le case ci mandano gratis in quel paio di mesi. La Biblioteca ci acquista un primo blocco di testi stranieri. Ma scrivere, catalogare, seguire il prestito… non è una cosa che si può fare se non è istituzionalizzata. E neanche stavolta si riesce ad andare molto più in là delle buone intenzioni. A raccogliere il testimone sarà dieci anni dopo la Biblioteca del Centro di Fiesole, un luogo da allora obbligato per chi conduce ricerca sulla didattica musicale.

Diciassettesima tappa

Il grado di una civiltà si misura dalla sua memoria storica. Anche la bontà della didattica musicale si misura dalla sua capacità di far tesoro dei contributi del passato: per far rifiorire ciò che ancora il passato contiene di vivo e fruttuoso. Anche la didattica ha i suoi talenti, i suoi eroi. Io sognavo per loro un mausoleo vivo. Un luogo in cui tenere acceso il contributo recato alla nostra professione dalle menti illuminate che ci hanno preceduto. Il mio mausoleo doveva essere un centro ecumenico, dove fossero superate e conciliate le divisioni fra le confessioni didattiche. Ancora una volta, un centro critico, di studio, ricerca, sperimentazione.
I pellegrinaggi servono per scovare i cimeli da esporre nel mausoleo. Se gli eroi sono defunti, i cimeli si trovano solo nelle biblioteche e negli archivi. Ma se sono ancora vivi, perché non andare a raccogliere la loro voce? Chissà quante cose hanno da raccontarci e da mostrarci. Quel primo anno purtroppo un dicastero così impegnativo la SIEM non riesce a coprirlo. Purtroppo neppure negli anni successivi. Ma qualche pellegrinaggio si può cominciare a intraprendere. Dagli acta sanctorum del mio schedario tiro fuori una lista di vecchie glorie italiane ancora in vita, da visitare prima che sia troppo tardi: per ricostruire e rendere nota la loro storia, i loro successi, ma soprattutto per la ragione che più fa soffrire: perché i loro successi si sono consumati come fuochi di paglia? Perché i loro stessi nomi sono svaniti nel silenzio, e le loro opere dimenticate?

Diciottesima tappa

Il patrimonio del passato è linfa vitale del presente. O meglio, può esserlo, se lo teniamo vivo nel pensiero e nelle azioni. Anche nel terreno della didattica musicale. Perché la formazione degli specialisti della Didattica, i docenti, non lo prevede? I piccoli donchisciotte della SIEM ci si buttano. Nel mio schedario ho un pacchetto intero su Ermenegildo Paccagnella. Un didatta coi fiocchi. Chi lo conosce? Sarà ancora vivo? Sì che lo era, e viveva a Roma. Prima che potessimo andare a scovarlo lasciammo che il Padreterno ce lo sottraesse.
Cominciamo da chi sta più vicino. Elisabetta Oddone vive a due passi dalla mia ex scuola media. Di questa brava cantante conosco il volume La musica infantile europea e la raccolta Canzoniere popolare italiano, so che si era fatta promotrice di tante iniziative per la diffusione della cultura musicale, popolare e non. Sua era la Fa-Mi (o F.A.M.I., ossia Federazione Audizioni Musicali Infantili), dedicata ai concerti per i ragazzi. Sua la Cantuum Aedes (la Casa dei Canti, modellata sulla francese Maison du Lied). Perché è finito tutto? Perché iniziative così meritorie sono cancellate persino dalla memoria? Perché si ricomincia sempre daccapo? A casa sua ci vado con Carla Canedi. Come non ricordare le pareti della sua elegante dimora ai Giardini della Guastalla, gremiti delle fotografie delle sue glorie. Ma soprattutto ricordo l’emozione che provammo, davanti a quella luminosa nonnina, ancora così innamorata dei suoi bimbi di un tempo, i suoi antichi “canterini”. La tappa successiva è Bologna, dove vive un’altra nonnina che sono curioso di incontrare, Edvige Calza, una didatta del pianoforte di cui avrei voluto portare allo scoperto i nascosti segreti: chissà che vi si trovi qualche alternativa per i colleghi che ancora martirizzano gli allievi con l’Hanon. Oggi la didattica dello strumento gode di ben altra attenzione dentro la SIEM: intervistare Edvige Calza allora voleva essere anche un modo di riaffermare la stretta sinergia fra i diversi territori della didattica musicale.
Con una terza eroina della didattica musicale riusciremo a fare qualcosa di più che un’occasionale intervista: a Emma Pampiglione Bassi dedicheremo una sessione del nostro secondo convegno. Cominciano gli Anni Settanta.

Continua…